Arcella Diaries – Elisa Bonomo

“Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.” (Paolo Borsellino)

L’Arcella non mi piace. Non mi piace il grigiore che capeggia su tutti i palazzi, sulla strada, con qualche inserto di rosetta slavato che delimita le corsie per il tram. La cappa di smog che ci sta sopra, il senso di abbandono di un quartiere che pare lasciato a se stesso. L’inquietudine che mi mette Villa Scientology. Il silenzio, l’esitazione nell’incrociare lo sguardo con un passante.

È la teoria delle finestre rotte: se in un quartiere qualcuno spacca una finestra e nessuno la aggiusta, o se mancano i bidoni delle immondizie e la gente comincia a buttare rifiuti per terra, è probabile che questi comportamenti vengano presi come leciti e consueti, dando inizio a una spirale autodistruttiva.

L’Arcella, che una volta era “il giardino di Padova”, adesso è un quartiere dormitorio. La gente che ci abita da molti anni l’ha vista mutare radicalmente, dall’inurbamento, alla crescente popolazione straniera, fino alla dismissione della Saimp, storica fabbrica della Padova operaia. Sembra passato un secolo dai racconti dei suoi anziani residenti: difficile immaginare le file di biciclette che si raccoglievano lì dove ora sorge l’Interspar di Pontevigodarzere, la sala da ballo nel palazzo azzurro sopra il Cavalcavia Borgomagno, le immense compagnie anni Ottanta che si trovavano non per andare in centro, ma per viversi il loro quartiere.

Eppure io voglio un gran bene all’Arcella. La amo perché, strano ma vero, è stato il mio primo contatto con Padova e in un certo senso mi ha accolto quando tutti mi avevano voltato le spalle. Frequentavo spesso la casa di due amiche e compagne di università che stava sotto al Cavalcavia Borgomagno. Mi ero appena laureata, avevo scoperto che volevo fare la musicista di professione e non sapevo che pesci pigliare. Il paese in cui ero nata e cresciuta cominciava a starmi stretto, come pure la vita che stavo facendo. E così, nel giro di due settimane trovai lavoro e occupai abusivamente la stanza di una delle mie amiche, che stava temporaneamente all’estero. L’idea di vivere in un quartiere “difficile” non mi spaventava più di tanto. Credo poi di essere arrivata nel periodo delle “ronde leghiste” e dei servizi al telegiornale sulle baby gang. Ma da neolaureata impavida e di belle speranze non ho mai creduto alle cose dette per sentito dire, soprattutto quelle scritte dai giornali, quando titolavano e titolano ancora adesso l’Arcella come “il Far West”, “il quartiere caldo dello spaccio”, “la zona del degrado”. Volevo conoscerla da vicino per poter dire la mia, cercando spasmodicamente la verità sulla mia pelle.
I miei genitori non dissero una parola. Forse la dissero, ma non ci diedi alcun peso. Dopotutto mi interessava di più andarmene per i fatti miei e come per tanti altri nella mia situazione era il posto con gli affitti più bassi. Se sei giovane e con un rimborso spese di 200 euro al mese non ti metti tanto a fare lo schizzinoso.

All’inizio è stata un’orgia di sensazioni positive. Pensate una che viene da Borbiago di Mira, un paese con 5000 anime, una chiesa e un campo sportivo che si trova a vivere in via Tiziano Aspetti. Scendevo e di fronte avevo un cinema d’essai, un supermercato, il tutto condito con una vasta scelta di take away multietnici aperti sino a tarda notte. Mi sembrava New York. Col tempo una delicata fragranza di kebab si è impadronita di me e della mia stanza, e le cose hanno cominciato a prendere la giusta dimensione. Ho cominciato a notare non solo le gioiose offerte della metropoli ma anche le sue problematiche, le liti dei nigeriani sotto casa mia alle tre di notte, le prostitute in via del Plebiscito, Annibale da Bassano, via D’Avanzo, le facce note degli spacciatori e i loro segnali per la via libera. Una volta, per fare la splendida e minimizzare, ho pure ospitato una mia amica alquanto riluttante assicurandole “Ma va, qui non muore nemmeno una mosca”.
Quella sera ci fu una sparatoria sotto casa. Quando si dice la sfiga.

Nonostante questo spiacevole episodio, posso dire di aver girato sempre tranquillamente, con le giuste accortezze del caso, anche tornando la sera tardi dal centro. Una volta sono persino caduta in bicicletta sul Cavalcavia e sette Arcella Boys (così chiamo solitamente i giovanotti stranieri che stazionano a Borgomagno) mi hanno soccorsa e scortata fino a casa.

“Sto in un condominio in Arcella, che, per chi non lo sapesse, viene considerata un po’ il Bronx, uno dei tanti… Abito con altri quattro studenti: Francesco, Gloria, Giulia e Giovanni… beh…”studente”… diciamo che a Giovanni oltre all’invito a pagare le tasse, a momenti la segreteria gli manda pure gli auguri di Natale. È iscritto dal 1988. Praticamente il suo libretto esami ha la stessa età di Francesco. Sono coetanei! Potrebbero uscire insieme!”

È da queste premesse che ho cominciato a scrivere “BlackOut!”, uno spettacolo teatrale che parlava di una laureata allo sbando, ma anche dell’Arcella. Mi ricordo che una volta non ero soddisfatta dell’ultima stesura del testo e cominciai a passeggiare… E notai appunto che è un meta-quartiere. Ci sono una sfilza di locali che finiscono in “…ella”.

“Quando dico dove abito, a volte mi chiedono se ho paura. Io ho più paura di queste domande… L’Arcella non è cattiva, è che la disegnano così.
Ok, è tappezzata di scritte retrò quali “via gli slavi da fiume”, o simboli rupestri tipo svastiche, croci e martelli. Però vi posso dire su due piedi almeno due motivi che me l’hanno fatta amare:
1. In primis i complimenti disinteressati degli Arcella Boys, che sono una sana iniezione di autostima quotidiana! Passi in bici e non importa che tu sia Rosy Bindi o Cicciolina… Loro ti accoglieranno sempre con un coro di apprezzamenti.
2. È un quartiere a cui piace auto-celebrarsi. Tutti i negozi hanno nomi davvero ricercati… Vi sfido ad andare in via Tiziano Aspetti e contare tutte le volte che compare la scritta “Arcella” sulle insegne:
“Confezioni Arcella”, “Caffetteria Arcella”, “Bar all’Arcella”, “Negozio di dischi… Arcella”!
Metti che una sera tu ti perda per la città… Dove sei? Dove sono? Guardo l’insegna. Che mi dice? Arcella. Grazie insegna luminosa!
Poi sai cos’è strano? A volte pretendiamo di conoscere qualcosa solo perché intuiamo. Intuiamo che se delle ragazze seminude stanno sul ciglio della strada sono delle prostitute. Intuiamo che se ci sono dei ragazzi col cappellino appostati negli angoli poco illuminati della via sono spacciatori.
Chi ce le ha dette queste cose?
Arcella, dal latino tardo arcella, diminutivo di arca, “custodia”. Vano sottostante l’altare paleocristiano, contenente reliquie.
Ve l’eravate mai chiesto? È proprio questo il problema. Non ci facciamo domande. Non parliamo di tante cose. È proprio questo il problema, l’abitudine.
Spacciatori e prostitute alla fermata dell’autobus ci sono, ma da quanto? Vengono considerati come un fatto ovvio, una cosa naturale qui all’Arcella. Come se fossero stati messi dentro la “custodia” da subito. Beh io non credo che uno nasca con la voglia di spacciare o abbia la predisposizione innata per fare la prostituta”.

Il quartiere è stato descritto anche in tante mie canzoni, magari evocato, soprattutto nei comportamenti. Dei residenti padovani, oltre che a studenti e lavoratori fuori sede, non solo degli stranieri. A parte la fronda dei razzisti per partito preso, c’è gente stremata, incattivita e impaurita da una piccola parte di microcriminalità locale. Residenti senza più fiducia nella politica, che spesso fa leva sulle loro paure per una mera strumentalizzazione. Ho visto con i miei occhi fiaccolate per “Padova ai Padovani”, ho toccato con mano una paura e un disagio così radicato da arrivare a “Signorina, le abbiamo rimosso l’auto, perché si pensava che fosse di immigrati”.

C’è una mia canzone che forse più di altre riassume questo sentimento, e si chiama “Fuorilegge”, in cui un cittadino diventa un pistolero che pratica giustizia fai-da-te:

“Forse hanno fatto bene
a dar fuoco a quel barbone
a gridare “sporco negro,
torna pure nel gommone”
Non rispondo più ai passanti
Non mi fido di nessuno
Alla cintura ho una pistola
perché io ho paura…”
“Toglieremo qualche panca
metteremo qualche banca
per far fronte fronte a quest’orda
che puzza e non ascolta
Dalle spranghe alle finestre
alle insegne nei negozi
su bambini state attenti
alla baby gang dei borghi
Traccio cerchi di eleganza
con bastoni anti-sommossa
ché la colpa è solo vostra
è solo questione di razza.”

Oltre ai residenti mi sono interessata anche agli esercenti, chi lavora all’Arcella. Con Grazia, che fu anche la protagonista di “BlackOut!”, ci armammo di microfono e andammo a fare qualche intervista spot per un progetto dal titolo “Il buono, il brutto e il cattivo”. I risultati furono sorprendenti: chi si rifiutava di parlare per paura di ritorsioni e si confidava solo a registratore spento, chi diceva di non parlare in italiano esprimendosi in italiano, chi denunciava ma voleva la voce camuffata, qualche bordata razzista condita da buoni sentimenti, tanti pareri negativi soprattutto sulla gestione politica da parte delle istituzioni, alcuni pareri molto positivi. Su chi, come me, non si aspettava un posto così accogliente, partendo dalle premesse del sentito dire.
Una volta dialogando con Botto e Bruno, due artisti torinesi che lavorano attraverso fotografie proprio su visioni di periferie urbane e desolate, ci siamo trovati d’accordo sul perché amiamo i sobborghi. Perché rispetto a un centro storico consolidato sono un continuo work in progress, zone di forti mutamenti e contaminazioni, capaci di ospitare sperimentazioni anche estreme. Gli artisti ci vanno a nozze perché sono stimolanti, trovi molto materiali su cui lavorare. Tante cose da poter restituire.

Ecco perché mi arrabbio quando vedo una zona piena di potenzialità appassire, nonostante gli sforzi di amici che vogliono aprire locali, o creare eventi di aggregazione, che sono uno strumento di socialità, e quindi di sicurezza.
È curioso che il giorno in cui scrivo quest’articolo corrisponde al giorno in cui cambio casa e quartiere. Non credo sia un canto del cigno, credo che continuerò a raccontare, condividere quello che ho visto senza filtri. Con la speranza che “il giardino” ritorni a fiorire. Sul serio.

Elisa Bonomo

fonte: VIVIPADOVA